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Conclusioni

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L’attività sanitaria che si svolge oggi all’interno di strutture molto complesse e il continuo progresso scientifico nel campo della medicina portano necessariamente ad una iperspecializzazione delle figure professionali che concorrono alla cura del paziente.

Anche l’attività infermieristica partecipa di questa continua evoluzione, attraverso la formazione di una figura professionale meglio rispondente alla attuale domanda di salute, ovvero di un professionista autonomo non più mero esecutore di compiti affidatigli da altri.

Il ruolo del personale infermieristico è diventato così di fondamentale importanza all’interno di qualsiasi struttura di cura e la sua attività deve integrarsi e coordinarsi con quella del personale medico e delle altre figure sanitarie e, al contempo, fondarsi su di un’adeguata competenza e coscienziosità nei confronti del paziente. L’evoluzione normativa che ha caratterizzato l’attività infermieristica ha da un lato sicuramente ampliato l’ambito di competenza e di autonomia dell’infermiere, ma, di converso, ne ha accresciuto i profili di responsabilità, essendosi di fatto ridotto in misura considerevole l’obbligo di vigilanza da parte del medico, che ne determinava, in passato, un’assunzione di piena responsabilità anche per gli errori infermieristici.

Risultano improntate a particolare rigore le sentenze che hanno esaminato la responsabilità del personale infermieristico nell’ambito dell’attività sanitaria svolta in équipe, ove si esclude che il ruolo dell’infermiere possa essere circoscritto a quello di mero esecutore di quanto richiesto dai medici. Sotto questo profilo sono significativi i casi analizzati relativi alla somministrazione di farmaci e alla trasfusione di sangue, dove è evidente la negligenza dell’infermiere rispetto ai doveri legati al ruolo di attivo collaboratore e non di semplice esecutore.

Nell’ambito dell’attività d’équipe i giudici hanno inoltre utilizzato il principio di affidamento per escludere o affermare la responsabilità del medico. In sintesi, tale principio presuppone che ogni singolo operatore possa fare affidamento sul fatto che gli altri collaboratori adempiano in maniera diligente ai propri doveri.

In generale, nei casi analizzati, è stata affermata la responsabilità degli infermieri in quanto le attribuzioni che erano state loro specificatamente affidate rientravano pienamente nei compiti di loro pertinenza: compiti che gli infermieri stessi, quindi,  avrebbero dovuto svolgere con la necessaria diligenza.

Merita ulteriore considerazione il contesto socioculturale che influenza inevitabilmente le condotte sia degli operatori sanitari che dell’autorità giudiziaria  chiamata a giudicare sul loro comportamento.

In tal senso, negli ultimi anni, l’atteggiamento da parte dei mass media che tende a spettacolarizzare gli eventi infausti all’interno delle strutture sanitarie, finisce per esercitare una pericolosa pressione psicologica.

È diventata d’uso comune l’espressione ‘malasanità’, che in una sola parola condensa il sentimento di riprovazione dell’opinione pubblica nei confronti degli errori veri o presunti commessi in campo sanitario.

Si assiste, inoltre, ad un continuo aumento delle denunce e delle richieste di risarcimenti nei confronti di strutture sanitarie e singoli professionisti[1]. Questo fenomeno ritrova nel tessuto sociale  diverse motivazioni: sicuramente è aumentato il livello culturale, in campo sanitario, del cittadino medio ed è sicuramente aumentata l’importanza che si attribuisce al diritto alla salute, cosicché sono cresciute, di conseguenza, le aspettative del paziente verso la guarigione. La parcellizzazione del malato, conseguente alla superspecializzazione della medicina, ha portato, inoltre, ad un aumento del rischio, già di per sé insito nella scienza medica.

Anche il crescente interesse a ricavare denaro dalle cause, tipico delle società complesse come la nostra, dove i valori etici sono continuamente rivisti e messi in discussione, crea un effetto pericolosamente distorsivo cui la giurisprudenza deve prestare particolare attenzione.

Tutto ciò ha favorito la promulgazione di norme legali sempre più dettagliate e di difficile interpretazione, con un incremento della burocrazia nell’ambito della medicina pubblica; inoltre i sanitari si rifugiano nella cosiddetta ‘medicina difensiva’ con protocolli di consenso sempre più dissuasivi e con un eccesso d’indagini per difesa dalle eventuali accuse di superficialità, ovviamente a scapito dei pazienti e della spesa pubblica.

Grande impegno è perciò richiesto alla giurisprudenza che nei suoi pronunciamenti deve inevitabilmente considerare sia la complessità della materia, sia il particolare stato di bisogno in cui viene a trovarsi il ‘cittadino paziente’di fronte alla struttura sanitaria e non ultimo la forte pressione esercitata dall’opinione pubblica impaziente di veder puniti sbrigativamente i presunti colpevoli.



[1] Dall’ultimo rapporto Ania (Associazione nazionale imprese assicuratrici) 2010-2011 sui sinistri nell’area medica è emerso che il totale delle denunce contro strutture sanitarie e singoli professionisti è cresciuto, dal 1994, del 255%, arrivando, nel 2009, a superare la soglia delle 34 mila, www.ania.it

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