L'arringa del Difensore. Mai improvvisare ma studiare il modo migliore per illustrare i punti salienti della Difesa e contraddire qulli dell'accusa. Le regole.
In questo articolo desidero affrontare un aspetto assolutamente rilevante nella casistica dei reati sessuali o, meglio, una singolarità che è oggettivamente riscontrabile soprattutto nei processi per crimini di natura sessuale.
Questo aspetto consta della rilevanza processuale del difetto di esiti fisici sulla vittima nel caso in cui la stessa denunci un’aggressione sessuale (o, comunque, un’aggressione tipica dei delitti di genere come nel caso di maltrattamenti in ambito familiare) che
- per le sue modalità;
- distretti corporei interessati;
- modalità meccaniche dell’aggressione;
- durata della stessa;
- intensità della violenza agita;
- lasso di tempo intercorso tra l’evento e la visita da parte di sanitari anche specializzati;
- età della vittima;
- tipo di reazione e resistenza della vittima;
dovrebbe statisticamente causare degli esiti fisici visibili e/o documentabili e/o repertabili.
Si tratta di una problematica di strettissima e rilevantissima importanza pratica nei processi celebrati a seguito di denunce di assalti sessuali ed anche nel caso di denunciati maltrattamenti in famiglia agiti tramite aggressioni fisiche (anche ripetute nel tempo per la natura stessa del reato) alla supposta vittima.
Si verifica solitamente la seguente casistica:
- Reati sessuali che per loro natura NON implicano esiti di natura fisica sulla vittima come, ad esempio, i palpeggiamenti repentini al di sopra delle vesti, accarezzamenti, sfioramenti ma anche rapporti orali soprattutto se agiti su minori inconsapevoli oppure agiti sessuali ove la vittima viene minacciata con un’arma o comunque messa in condizione di NON opporsi alla violenza tramite la somministrazione di droghe;
- Reati sessuali che per la loro dinamica lasciano tracce sul corpo della vittima che si possono dividere in due macrocategorie: A) Tracce ed esiti che interessano i genitali; B) Tracce ed esiti che interessano altri distretti corporei che spesso sono specifici esiti di afferramenti finalizzati all’immobilizzazione (polsi, caviglie, collo) oppure esiti di operazioni di divaricazione forzata delle gambe, dei glutei ed in misura minore della bocca; C) Tracce consistenti in secrezioni biologiche riferibili all’aggressore; D) Tracce sulla vittima consistenti nella trasmissione di una malattia venerea o comunque infettiva di cui l’aggressore è portatore.
- Vi è poi una casistica nella pratica giudiziaria dei reati sessuali che per la loro dinamica (così come denunciata dalla persona offesa spesso costituita parte civile), per i distretti corporei interessati dalla violenza (sia genitali che extra genitali), che per le modalità dell’azione del presunto sex offender, DOBREBBERO STATISTICAMENTE LASCIARE ESITI REPERTABILI SUL CORPO DELLA VITTIMA (tanto nelle zone genitali che non) ma che, tuttavia, non vengono reperiti, documentati ed accertati dai sanitari e/o da personale specializzato benché la vittima sia sottoposta a visita in un lasso di tempo inferiore alle 12 ore
Ebbene, può apparire prima facie bizzarro, ma è proprio questa ultima categoria di reati sessualmente connotati che nella pratica giudiziaria rappresenta un vero dilemma… quasi un terno all’otto…per il Difensore ed il suo assistito.
Ed invero, quando le lesioni sono franche; è di tutta evidenza che rappresentano una prova praticamente inconfutabile dell’avvenuta violenza sessuale. Quasi…inconfutabile poiché occorrerà comunque (sia da parte del Difensore che del Giudice e possibilmente anche da parte del PM….) prendere in considerazione il distretto corporeo attinto dalle lesioni e se le stesse possano essere il frutto di un rapporto sessuale anche consenziente (evidentemente, quando per la qualità dei soggetti coinvolti è giuridicamente possibile parlare di consenso consapevole e giuridicamente valido della vittima).
Se non vi è traccia di esiti lesivi sul corpo della vittima e la supposta violenza si sarebbe svolta con modalità che escludono la verificazione di ferite, ecchimosi etc. poiché è consistita in una azione non invasiva e/o al di sopra delle vesti oppure la vittima è stata costretta a collaborare senza opporre resistenza, si verifica lo schema processuale “classico” in caso di reato sessuale ove nella maggioranza dei casi tutto il coacervo accusatorio di basa sulla prova dichiarativa della vittima (anche se minore, anche se inferma, anche se costituita parte civile e quindi portatrice di interessi di parte) in difetto di testi oculari terzi (se non alcuni ma de relato) e, appunto, in assenza di prova medica.
Come detto, la dinamica processuale più singolare si verifica quando per i fatti denunciati le lesioni sul corpo della vittima (sia nelle zone genitali che in altri distretti corporei) dovrebbero logicamente e, direi, medicalmente presentarsi mentre, al contrario, benché a seguito di approfondite visite di sanitari esperti effettuate in prossimità temporale dal fatto reato, non venga repertato alcun segno di violenza sia interessante i genitali che altri distretti corporei.
In tale ottica hanno primaria importanza gli accertamenti medici che tanto saranno più affidabili quanto saranno eseguiti nel minor lasso di tempo rispetto alla supposta violenza sessuale.
Si tratta evidentemente di una questione tutt’altro che semplice. Il primo contatto con la supposta vittima di violenza sessuale determina immediatamente diverse esigenze articolate: da una parte tutelare la asserita vittima; dall’altro raccogliere e documentare eventuali tracce di reato partendo proprio dal racconto che la vittima fa (e che, nel nostro caso, vista la problematica che qui affronto, NON riporta tracce di reato sul corpo anche a fronte di una dinamica aggressiva che – a logica – dovrebbe averne causate).
E’ ormai comune (soprattutto nei grandi centri urbani) che l’assistenza medica alle vittime di violenza sessuale sia prestata da centri ed operatori specializzati ( i cosiddetti rape centers) con un approccio multidisciplinare assicurando alla vittima denunciante competenze specifiche anche in relazione – aspetto che qui ci riguarda più da vicino – alla ricerca, documentazione e repertamento dei rilievi ai fini forensi.
I dati di letteratura sono concordi nell’individuare il periodo delle 72 ore dopo l’evento come quello entro il quale vi è la massima probabilità di procedere a rilevazioni utili sul versante forense, oltre che di poter intervenire dal punto di vista medico con la migliore efficacia.
E’ necessario accennare una breve distinzione tra le tracce di violenza sessuale riscontrabili (o che si dovrebbero riscontrare) in soggetti prepuberi e puberi principalmente in area genitale.
Nel caso di soggetti prepuberi sospette vittime di violenza sessuale si presentano quadri acuti della regione genitale ed anale che consistono in lesioni di natura contusiva (ecchimosi ed escoriazioni), chiare testimonianze dell’intervento di fattori meccanici nella regione anale e/o genitale del bambino e sono generalmente di facile ed immediata rilevabilità, mentre non sono altrettanto riconoscibili le modificazioni successive subite dalla lesione fino alla produzione dell’esito finale, rese ancora meno identificabili dalla loro localizzazione in aree anatomiche di difficile esplorazione e di aspetto mutevole in base alla postura, al grado di replezione del sistema venoso ecc.
A ciò si aggiunge l’interessante e sconcertante evoluzione interpretativa degli ultimi 20 – 25 anni a dimostrazione di quanto il dato tecnico-scientifico debba essere sempre confrontato con la realtà clinica, statistica ed epidemiologica. Pericolosissimo in questa ottica il quadro fisico c.d. COMPATIBILE con la violenza sessuale che dal punto di vista giuridico rappresenta un concetto ad elevatissima suggestione ma che, in realtà, ben lontano dal costituire una prova, intossica di verificazionismo il ragionamento logico giuridico che dovrebbero attentamente dipanare sia il Giudice che il Pubblico Ministero.
Ciò che è COMPATIBILE significa che NON può escludere e in un sistema giuridico come il nostro ove la prova è a carico dell’accusa e vige il principio di NON colpevolezza, la compatibilità di un dato non dovrebbe trovare nemmeno ingresso.
Ciò posto:
La prima fase di approccio clinico-forense al bambino si basa sull’imprescindibile operazione di misurazione e pesatura allo scopo di verificarne il grado di sviluppo corporeo, oltre che una accurata ispezione corporea al fine di valutare la presenza di lesioni cutanee (ecchimosi, escoriazioni ferite lacero contuse) e del cavo orale. Un discorso diverso è quello che riguarda i segni cronici (e non già il solo quadro acuto) da abuso sessuale: tale definizione comprende una serie di caratteristiche morfologiche delle strutture genitali che possono supportare l’ipotesi di un abuso sessuale, sebbene i contributi epidemiologici progressivamente abbiano dimostrato l’esistenza di pochissime lesioni realmente patognomoniche per tale evento.
Un quadro ulteriore, come detto, è quello delle lesioni genitali in soggetti NON puberi sospette vittime di abusi sessuali.
Un primo dato che dà la letteratura – sulla quale poi torneremo con ogni necessario correttivo – è che UNA LARGA PARTE DI VITTIME ADULTE DI ABUSO SESSUALE NON PRESENTA LESIONI GENITALI GRAVI TALI DA RICHIEDERE UN INTERVENTO CHIRURGICO come lacerazioni genitali e/o anali e solitamente, invero, le lesioni genitali – pur presenti – non sono gravi.
La valutazione del significato medico legale delle lesioni genitali è resa difficoltosa da una scarsa conoscenza delle variazioni indotte da un atto sessuale consenziente sui genitali, esaminati con tecniche e procedure analoghe a quelle usate nei casi di sospetta vittima di violenza sessuale.
Citiamo qualche numero:
Nel gruppo delle vittime esaminate con l’ausilio del colposcopio sono state riscontrate lesioni genitali nel 68% dei casi e nel 76% di questi erano localizzate in più di una sede.
La frequenza di lesioni riscontrate era maggiore nei casi esaminati entro 24 ore rispetto a quelli esaminati a 72 ore e oltre, pur avendo trovato lesioni anche in quest’ultimo gruppo nel 50% dei casi.
Nel gruppo di controllo esaminato con il colposcopio entro 24 ore da un rapporto consenziente, le lesioni erano presenti solo nell’11% dei casi, avevano un’unica localizzazione ed erano rappresentate principalmente da ecchimosi e abrasioni della forchetta.
Dall’analisi di 160 casi giunti al Soccorso Violenza Sessuale di Milano (SVS), con un racconto attendibile di violenza sessuale con penetrazione vaginale e/o anale avvenuta negli ultimi 7 giorni erano emersi i seguenti dati: il 49% dei casi – ed erano passati ben sette giorni dalla violenza – presentava lesioni ano-genitali, frequentemente multiple, localizzate principalmente all’ano, piccole labbra, forchetta, fossa navicolare e costituite da arrossamenti, piccole lacerazioni e soluzioni di continuo, ecchimosi.
Il riscontro di lesioni GENITALI era assai più frequente se l’esame medico era stato effettuato nelle prime 24 – 48 ore dalla violenza e nei casi in cui nella visita ci si era avvalsi del colposcopio. In una ampia casistica di 819 donne vittime di violenza sessuale, il 52% presentava lesioni corporee, il 20% lesioni genitali o anali e il 41% non presentava lesioni. Le lesioni genitali erano maggiormente presenti nelle vittime con meno di 20 e più di 49 anni, nelle donne senza precedente attività sessuale, in quelle esaminate entro 24 ore dopo penetrazione anale (Sugar e al. 2004).
Particolare rilievo per l’accertamento giudiziario della consumazione del reato di violenza sessuale hanno ovviamente anche le lesioni extra genitali sul corpo della vittima poiché, evidentemente, alcune condotte di afferramento, immobilizzazione e divaricazione di distretti corporei hanno una elevatissima probabilità di lasciare dei segni quali ecchimosi, escoriazioni, ecchimosi formate tanto più che tali lesioni, in caso di assalto sessuale, sono statisticamente concentrate su particolari distretti corporei della vittima: polsi, collo, interno coscia, braccia.
La presenza di lesioni in sedi extra-genitali deve essere sempre considerata e ricercata SULLA GUIDA DEL RACCONTO DELLA SUPPOSTA VITTIMA.
Dato investigativo prima e giudiziario successivamente, se la vittima riferisce una violenza predatoria, violenza ove è stata immobilizzata a mani nude e ove è stato annullato e prevaricato ogni suo tentativo di difesa non mediante la minaccia ma attraverso la forza fisica, è logico prima ancora che una evidenza medica, che il corpo della vittima riporti i segni della lotta vinta dal violentatore poiché la lesione somatica valida necessariamente il racconto della vittima.
Spesso ci si trova di fronte a lesioni di una complessità clinica limitata ed è necessario che tutte trovino una adeguata valorizzazione descrittiva. In effetti, trattandosi per lo più di lesioni di tipo ecchimotico o escoriativo, la rapidità dei processi di guarigione fa sì che la mancata descrizione immediata della lesione ne impedisca di fatto una esatta documentazione. In linea generale, l’esame clinico è GUIDATO dal racconto della vittima ed è necessario esaminare le aree riferite dolenti, descrivendo in modo analitico eventuali lesioni tegumentarie e tutti i dati clinici del caso.
Per le lesioni tegumentari occorre una documentazione fotografica benché, in generale, sia opportuno che tutte le lesioni siano documentate utilizzando un apposito questionario con lo schizzo del corpo della vittima e, naturalmente, per mezzo di fotografie.
Fondamentale anche prelevare materiale biologico di potenziale provenienza dell’aggressore sulle lesioni escoriative riferite a percossa manuale oppure nel caso di ecchimosi da suzione o di segni di morsicatura.
Fin qui una panoramica davvero accennata del binomio violenza sessuale/esiti medicalmente repertabili e documentabili poiché – ovviamente – il tema è davvero esteso e questa trattazione che vuole essere di taglio assolutamente pratico, esula da una analisi ad ampio spettro.
Ciò che rileva in questa sede, come detto, sono quei procedimenti penali in cui difetta la prova medica, la documentazione di lesioni laddove la vittima riferisce di una violenza sessuale (o di condotte maltrattanti che dir si voglia) che per sua natura – vedi sopra – dovrebbe logicamente aver causato delle ferite sul corpo della medesima persona offesa. Ovvero, in pratica, quando il quadro clinico della supposta vittima è distonico rispetto al racconto della vittima stessa
L’introduzione fin qui tratteggiata è necessaria per trattare l’argomento principale di questo articolo che è proprio la possibile configurazione giuridica del reato di violenza sessuale (e, quindi, la condanna dell’accusato) anche in difetto di esiti sul corpo della vittima quando la stessa – vittima ed unica teste degli avvenimenti – riferisce un’aggressione con immobilizzazione e penetrazione anale contro la sua volontà a seguito di un rapporto vaginale consenziente.
IL CASO SEGUITO DALLO STUDIO DELL’AVV. GIUSEPPE DE LALLA E DECISO DAL GUP PRESSO IL TRIBUNALE DI MILANO.
Riporto qui un caso in cui il sottoscritto e lo staff dello Studio Legale de Lalla hanno assunto la Difesa di un giovane accusato di violenza sessuale.
Il caso, ad oggi, si è concluso in primo grado ed è veramente pertinente (anzi, direi, un caso da manuale) di quanto fin qui trattato.
L’antefatto.
I due giovani si conoscono al mattino dopo che entrambi sono reduci da una serata in discoteca.
Ai tavolini di un bar si vedono, si piacciono, scambiamo qualche parola e decidono di passare insieme la mattinata.
Decidono di recarsi in un albergo e di prenotare una stanza per qualche ora. Devono aspettare qualche minuto perché l’albergo è al completo e si sta per liberare l’unica stanza che deve essere pulita dal personale.
Consumano due rapporti sessuali vaginali consenzienti.
Dopodiché le due versioni divergono.
La giovane sostiene che una volta informato il suo accompagnatore che doveva tornare a casa, lui si sarebbe arrabbiato impedendole di uscire, le avrebbe rotto il telefono e l’avrebbe costretta ad un rapporto anale contro la sua volontà sbattendola sul letto ed immobilizzandola, penetrandola analmente non giungendo all’eiaculazione. Nessuno degli occupanti delle altre stanze percepisce alcunché e la ragazza – approfittando di un momento di disattenzione del suo assalitore – avrebbe recuperato il cellulare e sarebbe scappata dalla stanza facendo chiamare un taxi dalla reception.
L’accusato afferma di aver discusso con la giovane poiché avevano prenotato la stanza fino alle tredici ed erano solo le dieci di mattina. Di non aver assolutamente abusato analmente della giovane tanto che una volta che lei se ne era andata lui aveva chiamato un amico ed erano rimasti in stanza a bere birra fino al termine della prenotazione orario in cui avevano lasciato l’albergo.
La sera stessa la giovane si presenta al Soccorso Violenza Sessuale OVE NON VIENE RISCONTRATA LA MINIMA LESIONE GENITALE E/O EXTRA GENITALE. Dalla riferita violenza sessuale alla visita presso il centro specializzato non sono passate nemmeno 12 ore.
Come detto, presso il Centro la giovane viene visitata in maniera approfondita da personale esperto anche per mezzo del colposcopio ma non viene repertata alcuna ferita né in zona genitale né in zona extragenitale.
Lo Studio Legale de Lalla decide di nominare quale consulente il medico legale Dott.ssa Patrizia Caselli, Medico Chirurgo, Specialista in Medicina Legale, Sezione di Medicina Legale e delle Assicurazioni, Università degli Studi di Milano (E-mail: patrizia_caselli@libero.it) affidandole il compito di redigere una consulenza medico legale per evidenziare come la riferita aggressione sessuale della vittima fosse scientificamente distonica rispetto agli esiti della approfondita visita medica svolta presso il Centro specializzato Pronto Soccorso Violenza sessuale di Milano.
La Difesa si basava anche su altri elementi di fatto (ad esempio che nessuno nell’albergo avesse sentito le grida di aiuto della giovane o semplicemente il trambusto della colluttazione – a questo fine si allegava un video dello stato dei luoghi effettuato dalla Difesa in sede di indagini investigative difensive – e che l’accusato si intratteneva in stanza anche dopo che la ragazza si era allontanata evidentemente illogicamente incurante di abbandonare il luogo ove la polizia lo avrebbe immediatamente cercato)
Qui di seguito si riporta integralmente la consulenza della Dottoressa Caselli.
Si tratta di un vero e proprio trattato aggiornato di altissimo livello del legame violenza sessuale/lesioni sulla vittima con un taglio evidentemente pratico ed aggiornato con la letteratura scientifica internazionale più recente (i nomi dei soggetti interessati sono evidentemente di fantasia).
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PARERE VALUTATIVO MEDICO-LEGALE
nell’interesse della persona di
Ali
nell’ambito del procedimento penale RGNR §§§§§§ RGGIP N. §§§§§§§§
Per incarico ricevuto dall’Avvocato Giuseppe De Lalla, difensore di fiducia del Sig. Ali nel corso della presente relazione medico-legale si è provveduto ad analizzare, in ottica medico-legale e dal punto di vista penalistico, la vicenda che vede coinvolto, quale parte offesa, la Sig.ra Patrizia
Il presente parere segue all’esame dei documenti del Pubblico Ministero, Ill.mo Dott. ……, consegnati alla scrivente consulente dall’Avvocato difensore.
Da tale disamina si apprende che in data 30.05.2025 alle ore 7:00 Patrizia si recava presso la “Pasticceria San Gregorio” sita a Milano, in via San Gregorio civ. 1, ove incontrava un ragazzo, tale “Ali”. Successivamente Patriziae il predetto “Ali”, all’anagrafe Ali si recavano presso l’Hotel City 20, sito a Milano, con accesso alle ore 8:40 circa.
Dalla denuncia querela di Patrizia si legge: “Successivamente io e l’Ali quindi ci recavamo presso l’Hotel City 20, sito a Milano (MI), in via Giovanni Lulli civ. 11, ove dopo aver consegnato i nostri documenti d’identità alla reception, prendevamo una camera. Una volta arrivati in camera sita al primo piano dell’Hotel, io e l’Ali consumavamo un rapporto sessuale completo consensuale, durante la quale lo stesso utilizzava un profilattico. Una volta terminato il rapporto, inviavo un messaggio alla mia amica J. ove la informavo che non avrei tardato e nel mentre provavo a prendere un Uber per fare rientro a casa. In tale fase la situazione degenerava, poiché l’Ali, capendo che volevo andare via, iniziava improvvisamente ad inveire nei miei confronti.
Lo stesso, infatti, mi spingeva violentemente sul letto, penetrandomi con forza analmente senza precauzioni. Impaurita da quanto stesse accadendo cercavo con forza di spingere l’Ali continuando ripetutamente a dire “NO”, ma quest’ultimo continuava con la sua condotta.
Successivamente, dopo le mie insistenti richieste di terminare l’atto, l’Ali si fermava senza eiaculare.
Immediatamente mi rivestivo, prendendo le mie cose, dicendo a quest’ultimo che quello che aveva appena fato non era affatto accettabile e che me ne sarei andata, ma lo stesso asportava il mio telefono cellulare non permettendomi di uscire dalla stanza.
Chiedevo più volte all’Ali di restituirmi il mio telefono cellulare ma quest’ultimo di rifiutava, scaraventandolo violentemente per terra al punto da romperlo, impedendomi di chiamare Uber.
Lo stesso poi mi stringeva violentemente il polso bloccandomi l’accesso verso la porta della camera e riferiva testuali parole: “ho pagato la stanza, non abbiamo finito, tu resti qua”. In lacrime ed in preda al panico cercavo in tutti i modi di respingerlo, e con non poca difficoltà, in un momento a me proficuo riuscivo ad uscire dalla camera e scappare…
Una volta arrivata a casa raccontavo quanto successo a quest’ultima e con la stessa, la sera del 30.05.2025, mi recavo presso l’Ospedale “Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico” dal quale venivo rilasciata con referto medico…”.
Dalle sommarie informazioni rese da J. amica di Patrizia, si apprende: “… una volta a casa, ho scritto alla mia amica che ero arrivata, con WhatsApp, erano le ore 09:46. Lei, alle ore 10.08 mi ha risposto che stava per prendere un taxi, lasciando intendere che stava rientrando…
In seguito, verso le 11.30/12.00 ma non sono sicura dell’orario, la mia amica è rientrata in casa, ed io mi sono svegliata a causa del suo pianto…”.
In data 30.05.2025 alle ore 20:36 la Sig.ra Patrizia faceva accesso presso L’Ospedale “Fondazione IRCCS Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico” dalla cui documentazione clinica si legge: “Modalità di accettazione: … Indossa gli stessi vestiti, riferisce di non essersi lavata. Ha usato i servizi igienici…
Scheda trasferimento reperti:
- tamponi – numero 10 – eventuale dettaglio: cervicale, vagina, ano
- indumenti – numero 1 – eventuale dettaglio: slip
Esame genitale: eseguito mediante colposcopio… Descrizione: ndp…
Tempo trascorso dalla violenza ≈ 12 h…
Pulizia delle zone lesionate o penetrate: no
Cambio slip: no…
Minzione: si
Defecazione: no…
Sintomatologia riferita: /
Sintomi psichici: tristezza…”.
Veniva dimessa in data 30.05.2025 alle ore 22:40 a domicilio.
Dal capo d’imputazione formulato dal Magistrato si legge: “… La visita ginecologica non ha evidenziato lesione degne di nota a livello vaginale e anale… La ricerca di spermatozoi ha dato esito negativo, altro dato che supporta la credibilità del racconto della vittima, la quale ha riferito di un primo rapporto consensuale “protetto” e della successiva penetrazione anale interrotta prima dell’eiaculazione del reo…”.
Per completezza si allega la documentazione medica riguardante l’esame obiettivo effettuato:
Orbene, così esposti i fatti di interesse, sia per quanto attiene al capo di imputazione formulato dal Pubblico Ministero, sia con riguardo alla documentazione sanitaria, è convinzione della scrivente consulente che dai dati a disposizione non emerga alcun elemento che consenta di comprovare l’effettivo verificarsi della violenza sessuale per la quale l’Ali è oggetto del procedimento penale in oggetto.
A tali conclusioni, le motivazioni delle quali saranno ora esposte nel dettaglio, si è giunti analizzando gli elementi clinici e documentali disponibili, che, confrontati con la letteratura medico-legale di riferimento internazionale, offre diversi spunti di riflessione.
Primo fra tutti è l’esito dell’esame obiettivo eseguito dai sanitari in attività presso la Fondazione IRCCS Ca’ Granda circa dodici ore dopo l’evento riferito dalla parte offesa, che non ha evidenziato alcun tipo di lesione a livello genito-anale e generale sul corpo di Patrizia
Va precisato che il Centro di Soccorso Violenza Sessuale e Domestica del Policlinico di Milano, presso il quale si è rivolta la Sig.ra Patrizia, è un centro antiviolenza pubblico attivo dal 1996 e riconosciuto dalla Regione Lombardia quale centro di assistenza regionale per le vittime di violenza. Ciò significa che il personale sanitario operante presso tale struttura è altamente specializzato e abitualmente impegnato nella gestione di casi di violenza sessuale e domestica; dunque, aduso a intercettare, descrivere e repertare qualsiasi tipo di lesione genitale e/o extragenitale che una donna potenzialmente vittima di una volenza sessuale dovesse presentare all’esame obiettivo distrettuale.
È quindi in un contesto di alta professionalità, con operatori esperti, che è stata accertata l’assenza di lesioni genito-anali ed extragenitali sul corpo della Sig.ra Patrizia, nonché l’assenza di spermatozoi.
Come noto in letteratura scientifica internazionale, l’assenza di lesioni genitali e/o extra – genitali non consente, in senso assoluto, di escludere una violenza sessuale.
Nondimeno, è altrettanto consolidato che la probabilità di riscontro di reperti obiettivi aumenta significativamente in presenza di specifici fattori, che sono propri dei casi di violenza sessuale che avvengono con l’uso della “forza fisica”, in particolare nei giovani adulti.
La ragione di questa affermazione risiede nel fatto che una violenza perpetrata non all’esito dell’utilizzo di sostanze sedative, nelle quali dunque la vittima non può opporre resistenza, ma con l’uso della forza, è solitamente produttiva di lesioni di tipo contusivo (prevalentemente ecchimosi ed escoriazioni) sul corpo non solo della vittima, ma anche dell’aggressore. Con specifico riferimento alle lesioni extragenitali, la “lotta” conseguente al tentativo di coercizione da parte dell’abusante ed alla reazione oppositiva della vittima spiega il riscontro di lesioni degli strati più superficiali della cute che si rendono responsabili delle anzidette lesioni.
In forza di ciò, ne consegue che tanto più l’attività di coercizione dell’aggressore è violenta o la capacità di opporre resistenza da parte della vittima intensa, tanto più elevata sarà, in termini statistici, la probabilità e l’entità — sia qualitativa che quantitativa — delle lesioni obiettivamente riscontrabili.
Scendendo nel tecnico, al fine di fornire elementi di incontrovertibile valore scientifico alle tesi della scrivente consulente, si è ritenuto opportuno prendere in analisi quanto la letteratura scientifica afferma in merito.
Per quanto riguarda le lesioni genito-anali (si ricorda che nel caso di specie parte offesa racconta di un rapporto anale avvenuto con la forza), analizzando lo studio del 2018 condotto nel Regno Unito[1], si osserva che la prevalenza di lesioni anali tra soggetti post-puberi che riportavano una presunta aggressione anale peniena è pari al 25,5%. Lo studio evidenzia inoltre una correlazione statisticamente significativa tra il tempo trascorso dall’evento e la rilevabilità delle lesioni, con una riduzione progressiva della loro frequenza all’aumentare dell’intervallo temporale. In particolare, le vittime esaminate entro 24 ore presentavano lesioni nel 34,12% dei casi, percentuale che saliva al 35,8% considerando solo i soggetti post-puberi, mentre nei soggetti valutati oltre le 72 ore la frequenza scendeva all’8,86% [1].
Va peraltro sottolineato che l’esclusione dell’eritema dalla definizione di lesione, pur segnalato quando presente in sede di visita medico-legale, può aver contribuito a una sottostima della reale prevalenza delle lesioni ano-genitali.
Un ulteriore studio[2] ha riportato che, nei casi in cui era riferita una penetrazione anale, la frequenza delle lesioni risultava pari al 52,6% [2]. Anche in questo caso, tuttavia, i reperti di iperemia e/o edema sono stati esclusi dal gruppo delle lesioni genito-anali a causa della scarsa specificità di tali segni obiettivi. Inoltre, lo studio non ha effettuato una valutazione stratificando i casi in base al tempo trascorso dall’accesso.
In un diverso studio[3], lesioni anali sono state osservate nel 20% (n = 8/40) delle donne che hanno riferito una penetrazione anale completa (con pene, dita o oggetti). È tuttavia rilevante che la maggior parte delle pazienti non sia stata sottoposta a un esame anale completo mediante proctoscopia, con la conseguente possibilità che alcune lesioni interne non siano state identificate. Nelle analisi limitate alle donne sottoposte a un esame completo, la prevalenza delle lesioni anali risultava pari al 27%, valore sostanzialmente sovrapponibile a quello riportato da Zilkens et al. Anche in questo studio il reperto aspecifico dell’eritema genito-anale è stato intenzionalmente escluso dall’analisi; qualora tale reperto fosse stato incluso, la prevalenza complessiva delle lesioni sarebbe salita al 33%. Va infine osservato che i dati, anche in questo caso, non sono stati stratificati in base al tempo intercorso tra l’aggressione e l’esame obiettivo. [3]
In un altro studio[4], è stato riportato che le pazienti esaminate entro 24 ore dall’aggressione presentavano un tasso significativamente più elevato di lesioni genitali. Le pazienti che hanno riferito una penetrazione anale mostravano, inoltre, lesioni genito-anali più frequenti. Tra le 141 pazienti che hanno riferito penetrazione anale, il 28% presentava almeno un trauma genito-anale identificabile, mentre il 16% mostrava lacerazioni anali. [4]
Anche in questo caso, tuttavia, non sono stati inclusi i reperti di eritema genito-anale e i dati relativi alle lesioni non sono stati stratificati in base al tempo trascorso dall’aggressione.
Infine, un ulteriore contributo[5] ha riportato che, tra le 113 pazienti che hanno riferito una penetrazione anale, il 21% presentava lesioni anali e, complessivamente, il 32% mostrava lesioni genitali. Lo stesso studio ha evidenziato come la tempestività dell’esame influenzasse significativamente la frequenza del riscontro di lesioni genitali, che risultavano presenti nel 27% dei casi esaminati entro 24 ore, nel 25% tra 24 e 72 ore, nel 16% tra 72 ore e una settimana e nel 12% dopo più di una settimana [5].
Invece, per quanto riguarda le lesioni extragenitali, la letteratura disponibile evidenzia che le lesioni extragenitali sono riscontrabili in una percentuale variabile di vittime di violenza sessuale, generalmente superiore rispetto alle sole lesioni genito-anali.
In tale senso, nello studio di Kane et al., le lesioni extragenitali erano presenti nel 53,1% delle donne esaminate, con una prevalenza di lesioni lievi nel 42,9% dei casi, moderate nel 9,9% e gravi nello 0,3%. Inoltre, la prevalenza delle lesioni corporee extragenitali risulta complessivamente doppia rispetto a quella delle lesioni genito-anali.
L’analisi statistica evidenzia che le vittime con lesioni extragenitali avevano una probabilità significativamente maggiore di essere esaminate entro le prime 24 ore dall’aggressione, confermando che la tempestività dell’esame medico-legale aumenta significativamente la possibilità di rilevare tali lesioni. [3]
Tali osservazioni sono coerenti con quanto riportato in uno studio condotto a Taipei, nel quale il trauma corporeo generale è risultato positivamente correlato sia con l’età della vittima (pari o superiore a 18 anni) sia con l’esecuzione dell’esame entro 72 ore dall’evento, in linea con quanto rilevato in letteratura. [7]
Ulteriori evidenze [6] indicano che le donne che hanno riferito aggressioni orali (29%, 244/684) o anali (21%, 145/684) presentavano una frequenza significativamente più elevata di lesioni corporee generali.
In accordo con quanto già osservato, le lesioni corporee generali risultavano più che doppie rispetto alle lesioni genito-anali. Il trauma corporeo generale mostrava una forte associazione con le caratteristiche dell’aggressione, risultando più frequente nei casi di aggressione da parte di sconosciuti e in quelli che includevano penetrazione orale e/o anale, uso di armi e modalità particolarmente violente, quali strangolamento e percosse. [4]
Tuttavia, tale studio non si è eseguita una stratificazione per età, includendo adolescenti e bambini, fattore che può portare a una sottostima della prevalenza delle lesioni extragenitali.
In un atro studio[7], il trauma corporeo generale è risultato più frequente del trauma genitale. Il 64% di tutte le vittime di aggressione sessuale presentava traumi corporei generali, come lacerazioni, abrasioni o contusioni, con le estremità più comunemente colpite, seguite dalla testa e dal collo. [8]
Anche in questo caso non c’è stata una stratificazione per età.
In un’ulteriore casistica[8], le lesioni non genitali, prevalentemente di lieve entità, sono state osservate nel 61,1% dei casi (99/162). Le sedi più frequentemente interessate risultavano gli arti inferiori, seguiti dagli arti superiori, dal tronco e, in misura minore, da testa e collo. Le pazienti di età inferiore ai 20 anni mostravano una prevalenza inferiore di lesioni corporee rispetto alle donne più anziane (44% vs 55%), mentre la maggior parte delle pazienti era stata esaminata entro 72 ore dall’aggressione, con un tasso significativamente più elevato di riscontro di lesioni rispetto a quelle valutate oltre tale intervallo temporale (66% vs 33%). Secondo i dati tabellari dello stesso studio, la prevalenza di lesioni extragenitali nella fascia di età comprendente quella della Sig.ra Gevas risultava pari al 65%.
In tale contesto, le lesioni corporee apparivano più frequenti nei casi di aggressione da parte di estranei rispetto a quelli perpetrati da conoscenti (68% vs 56%). [9]
Risultati analoghi emergono da un ulteriore studio[9], in cui le vittime sono state sottoposte a un esame corporeo completo, che ha evidenziato la presenza di almeno una lesione extragenitale nel 63,4% dei casi, mentre nel 35,6% delle vittime non sono state riscontrate lesioni. Le lesioni erano localizzate più frequentemente alle estremità (32%), al volto (23%) e al tronco (7%), mentre risultavano meno interessate altre sedi, quali il cuoio capelluto (5,3%) e il collo (7,1%). Inoltre, si legge che la letteratura riportava una prevalenza di lesioni extragenitali nelle vittime di aggressione sessuale variabile tra il 20% e il 50%, in relazione alle caratteristiche del campione e al disegno dello studio. [10]
In un’ulteriore ampia casistica[10], le vittime di violenza sessuale presentavano lesioni fisiche, extragenitali e/o anogenitali nel 44,8% dei casi. Le lesioni risultavano più frequenti nella fascia di età compresa tra 18 e 27 anni (31,3%), mentre una quota maggiore di vittime di età inferiore ai 18 anni non presentava lesioni (47,2%); con differenze statisticamente significative.
Nel gruppo delle vittime con lesioni fisiche, in oltre la metà dei casi l’aggressore era uno sconosciuto o una persona conosciuta solo recentemente, condizione riscontrata in 150 casi (52,6%) statisticamente significativa. Tra le 314 vittime con lesioni fisiche, le lesioni extragenitali erano le più frequenti (38,6%), seguite da quelle anogenitali (15%). Analizzando la distribuzione delle lesioni extragenitali per sede, le localizzazioni più comuni erano gli arti inferiori (57 casi; 21%), seguiti dagli arti superiori (40 casi; 14,8%), dalla regione testa-volto-collo (32 casi; 11,8%) e dal tronco (27 casi; 10%). Inoltre, più della metà delle vittime con lesioni extragenitali presentava concomitanti lesioni anogenitali (62 casi; 59%), dato anch’esso statisticamente significativo.
In relazione ai dati tabellari, emerge inoltre che anche intorno ai 30 anni la frequenza delle lesioni fisiche rimane elevata, con percentuali sovrapponibili a quelle osservate nella fascia 18–27 anni, sebbene il numero complessivo di vittime in questa classe di età risulti leggermente inferiore. [11]
Nello studio “Sexual assault reporting: a retrospective study on care provided in gynaecology emergency care settings after sexual assault” [5], i medici legali hanno documentato la presenza di lesioni corporee nell’84% dei casi esaminati. Le sedi più frequentemente interessate, in ordine decrescente, erano gli arti inferiori (75%) e superiori (72%), seguite dal tronco (31%), testa/volto (24%), schiena (20%), collo (19%) e glutei (15%).
Va inoltre sottolineato che la maggior parte degli studi disponibili analizza le vittime di violenza sessuale senza stratificare i dati in base alla tonalità cutanea. Considerato che in ciascun campione di studio possono essere presenti soggetti appartenenti a gruppi etnici differenti, tale mancanza di stratificazione rappresenta un ulteriore limite metodologico. È infatti noto che, negli individui con tonalità cutanee più scure, le alterazioni cromatiche correlate a emorragia (ecchimosi) sottostante possono non essere facilmente riconoscibili alla sola ispezione superficiale. Di conseguenza, il ricorso esclusivo all’esame visivo può determinare una sottostima della presenza e dell’estensione delle lesioni da forza contundente, con possibile impatto anche sulla prevalenza complessiva delle lesioni riportate negli studi. Questo aspetto potrebbe contribuire a una sottostima delle lesioni rilevabili nei soggetti con tonalità cutanee più chiare, qualora i dati non vengano adeguatamente stratificati. [12]
Altresì, nel caso in esame non è stata rilevata la presenza di spermatozoi. La letteratura dimostra tuttavia che, anche in assenza di eiaculazione riferita, gli spermatozoi possono talvolta essere riscontrati, come evidenziato nello studio di Astrup et al., nel quale in 3 casi su 14 (14%) di donne che avevano dichiarato l’assenza di eiaculazione vaginale sono stati comunque rilevati spermatozoi.
Tuttavia, un risultato negativo nella ricerca di spermatozoi permette di escludere la presenza di eiaculazione, ma non consente di distinguere tra una penetrazione senza eiaculazione e l’assenza di penetrazione.
Ebbene, come chiaramente evincibile dai riferimenti scientifici appena citati dalla letteratura medica internazionale in ambito di violenza sessuale, l’analisi congiunta di tutti i dati disponibili – vale a dire l’assenza di lesioni genito-anali, assenza di lesioni extragenitali, esame tempestivo e mancata rilevazione di spermatozoi – dimostra che nel caso di specie non sussistano reperti oggettivi certamente indicativi del ricorrere di una violenza sessuale, vieppiù se si considera che dal racconto fornito dalla parte offesa il rapporto sessuale non voluto si consumava, come già avuto modo più volte di dire, con “violenza”.
Dichiarava infatti Patrizia che l’imputato la “… spingeva violentemente sul letto, penetrandomi con forza analmente senza precauzioni. Impaurita da quanto stesse accadendo cercavo con forza di spingere l’Ali continuando ripetutamente a dire “NO”, ma quest’ultimo continuava con la sua condotta…Lo stesso poi mi stringeva violentemente il polso…”.
Come sopra detto, la letteratura scientifica mostra che, anche nei casi di penetrazione anale riferita, le lesioni genito-anali sono riscontrabili in una percentuale compresa approssimativamente tra il 20% e il 52,6% dei casi, mentre le lesioni extragenitali risultano presenti in una quota variabile tra il 20% e il 65%, con frequenze maggiori nelle vittime adulte e negli esami effettuati entro le prime 24–72 ore. Le sedi corporee più comunemente interessate sono gli arti inferiori e superiori, seguiti dal tronco, dal volto e dal collo, e la probabilità di riscontro aumenta in presenza di aggressioni perpetrate da soggetti poco conosciuti o sconosciuti, di penetrazione completa e di evidente coercizione fisica. Con riferimento alle lesioni genito-anali, la tempestività e la completezza dell’esame obiettivo incidono in modo significativo sulla possibilità di riscontro.
Come già avuto modo di dire, nel caso della Sig.ra Patrizia risultavano presenti tutti i fattori che, secondo la letteratura, aumentano la probabilità di rilevare reperti traumatici: la vittima era adulta (32 anni), età in cui le lesioni extragenitali si riscontrano più frequentemente rispetto alle minorenni, l’esame medico-legale è stato eseguito circa dodici ore dopo l’evento presso una struttura altamente specializzata, l’aggressore era descritto come poco conosciuto o sconosciuto ed era riferita una dinamica caratterizzata da costrizione fisica. In particolare, veniva riferita una presa violenta al polso, sede che la letteratura indica tra le più frequentemente interessate da lesioni extragenitali. Eppure, nonostante tutto ciò, non sono state osservate lesioni genito-anali né extragenitali, né è stata rilevata la presenza di spermatozoi.
In forza di tutti questi presupposti, la mancanza di qualsivoglia tipologia di lesività sul corpo della Sig.ra Patrizia che era quantomeno attesa alla luce della tipologia di aggressione riferita (violenza sessuale con penetrazione anale non voluta) e della dinamica con la quale questa è stata condotta, vale a dire con coercizione fisica, spinte e afferramento violento di polso, non consente di affermare che l’atto di violenza sessuale addebitato all’imputato abbia trovato effettivo compimento con quel grado di sufficiente certezza necessario nella valutazione penalistica per attribuire un valido nesso di causalità materiale,.
Milano, 14.01.2026
Dott.ssa Patrizia Caselli
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Questa la dettagliatissima relazione della Dottoressa Caselli che – con un profilo scientifico – deponeva (quantomeno) per un ragionevole dubbio circa l’effettiva verificazione della violenza sessuale denunciata dalla Signora Patrizia (o, perlomeno, ne metteva in dubbio le effettive modalità di esecuzione).
Ebbene, il Giudice investito della decisione, condannava in ogni caso l’imputato sostenendo, specificatamente in relazione alla’assenza di esiti fisici sul corpo della vittima, che evidentemente il caso a lui sottoposto si poneva in quella residuale percentuale di casi in cui la vittima non presentava comunque ferite riconducibili alla violenza denunciata.
NOTE alla relazione della Dottoressa caselli
[1] I soggetti dello studio erano utenti del Saint Mary’s SARC che avevano presentato una denuncia di penetrazione anale. I dati sono stati raccolti da un totale di 239 cartelle cliniche. Delle cartelle revisionate, 156 (65,3%) riguardavano femmine. Le presunte aggressioni sono state categorizzate in tre tipi: anale peniena, anale digitale e anale con oggetti. mentre i soggetti post-puberali si sono presentati prevalentemente entro 24 ore dall’evento. 40,2% femmine e 54,7% maschi. Sono stati raccolti dati demografici, tra cui età, sesso e stato puberale, e dati specifici sulla presunta aggressione anale, inclusi il tipo di aggressione, le lesioni ano-genitali, il tempo trascorso dalla presunta aggressione, i dettagli sul sospettato e l’anamnesi di precedenti penetrazioni anali. Le lesioni ano-genitali includevano: abrasioni, lacerazioni, ecchimosi e cicatrici. Le cicatrici sono state incluse in questa definizione poiché non è stato assegnato un limite massimo al tempo trascorso dalla presunta aggressione. Per i soggetti presentatisi oltre 72 ore dopo la presunta aggressione, i reperti potevano includere cicatrici. L’eritema non è stato incluso nella definizione di lesione ano-genitale a causa della marcata variabilità e interpretazione di questo reperto.
[2] Lo studio è stato progettato come uno studio caso-controllo presso il Centro per le Vittime di Aggressione Sessuale di Copenaghen. Il centro accoglie persone inviate da altre strutture sanitarie, dai dipartimenti di emergenza e dalle forze di polizia, nonché soggetti che vi si presentano spontaneamente. L’esame e il trattamento sono effettuati indipendentemente dal fatto che l’evento sia stato denunciato o meno alle autorità di polizia. I dati relativi a tutte le donne esaminate presso il centro nel periodo compreso tra gennaio 2001 e dicembre 2002 (2 anni, n = 406) sono stati registrati in un database anonimo. Tuttavia, alcuni casi sono stati esclusi poiché la donna o la polizia hanno successivamente comunicato che le accuse erano false. Tutte le pazienti sono state esaminate da ginecologi e, nei casi in cui l’episodio fosse stato denunciato alle autorità di polizia, l’esame è stato effettuato in collaborazione con un medico legale. I segni di violenza sono stati descritti e schematizzati durante o immediatamente dopo l’esame. Sono state escluse le aggressioni nelle quali l’evento riferito non prevedeva una penetrazione (n = 46); tra i restanti 360 soggetti, 93 sono stati esaminati oltre 72 ore dopo l’aggressione e ulteriori 18 non sono stati sottoposti a esame ginecologico; tali casi sono stati pertanto esclusi, lasciando un totale di 249 donne incluse nello studio. I casi fatali non sono stati inclusi, in quanto non vengono esaminati presso il centro (da 0 a 2 casi all’anno). Le lesioni genito-anali sono state identificate mediante ispezione visiva macroscopica. Le lesioni interne sono state valutate dopo l’introduzione di uno speculum o di un anoscopio. Le lesioni sono state registrate in base alla localizzazione (grandi labbra, piccole labbra, imene/margine imenale, forchetta posteriore, vestibolo, perineo e regione anale/perianale) e al tipo (lacerazioni, ecchimosi ed abrasioni). Le donne nelle quali erano documentati esclusivamente segni diffusi e aspecifici di iperemia e/o edema (n = 13) sono state escluse dal gruppo con lesioni genito-anali a causa della scarsa specificità di tali reperti obiettivi.
[3] Questo studio trasversale ha analizzato le visite di tutte le pazienti che si sono recate al SATU di Dublino per esami forensi comprendenti un esame genitale e/o anale tra il 1° gennaio 2023 e il 31 dicembre 2023. I criteri di inclusione per questo studio comprendevano tutte le pazienti di sesso femminile che hanno effettuato un esame forense comprendente una valutazione genitale e/o anale durante il periodo dello studio. I criteri di esclusione si applicavano agli individui che non erano di sesso femminile, non riportavano un’aggressione sessuale o non esprimevano preoccupazione che ne fosse avvenuta una, oppure che non si sottoponevano a un esame genitale e/o anale. Gli esami forensi presso il SATU di Dublino sono eseguiti da medici o infermieri che hanno ricevuto una formazione specializzata negli esami forensi in caso di aggressione sessuale.
[4] Lo studio è stato condotto presso il pronto soccorso di un ospedale urbano, principale centro di riferimento per la polizia e altri servizi di emergenza nella contea di King, Washington, nel periodo compreso tra gennaio 1997 e settembre 1999. Durante questo arco di tempo, 892 donne di età pari o superiore a 15 anni si sono presentate denunciando una violenza sessuale. Di queste, 73 hanno rifiutato qualsiasi esame fisico e non sono state incluse nell’analisi. Le restanti 819 pazienti costituiscono il campione dello studio. Tra queste, 27 donne hanno avuto più di una visita per episodi distinti di violenza sessuale, e ogni visita è stata considerata singolarmente nell’analisi. Sessanta pazienti hanno acconsentito all’esame fisico generale ma hanno rifiutato l’esame genitale-anale. I reperti di queste pazienti sono stati analizzati solo per il trauma corporeo generale. Le lesioni corporee generali includevano qualsiasi lesione acuta escludendo le aree genitale-anali. La lesione è stata definita come livido/abrasione, lacerazione o frattura definita radiologicamente o lesione intracranica. L’eritema genitale, la dolorabilità o il dolore senza lesioni tissutali visibili non sono stati conteggiati come traumi poiché tali riscontri sono soggettivi e possono avere una scarsa affidabilità tra gli esaminatori. L’unica eccezione è stata la dolenzia al cuoio capelluto, dove, a causa della difficoltà nella diagnosi visiva, è stata classificata come livido.
[5] Studio retrospettivo condotto nei dipartimenti di emergenza di ostetricia e ginecologia degli Ospedali Universitari di Ginevra (HUG) e di Losanna (CHUV), in Svizzera, nel periodo 2018–2021, relativo a tutte le persone, incluse donne cisgender, persone non binarie, queer, uomini transgender con vulva e vagina e donne transgender, indipendentemente dall’orientamento sessuale, di età ≥14 anni presentatesi per denunciare una violenza sessuale in un periodo di 4 anni (2018–2021). Sono stati esclusi i bambini e gli adolescenti di età <14 anni, gli uomini cisgender e gli uomini trans con pene e i pazienti ricorrenti con più di 3 violenze sessuali denunciate presso un centro partecipante entro il periodo di studio (2018–2021). Per questi pazienti ricorrenti, sono state incluse le prime tre aggressioni.
[6] Sono stati raccolti dati prospettici su tutte le vittime di aggressione sessuale presentatesi presso un centro traumatologico urbano di Livello I dal gennaio 1992 al dicembre 1995 per il trattamento e l’esame delle prove. I dati provenienti dai registri del laboratorio criminale sono stati revisionati retrospettivamente. Presso Denver (USA). Millecentododici pazienti si sono presentati durante il periodo dello studio a seguito di un’aggressione sessuale. Il modulo di raccolta dati non era disponibile o il paziente ha rifiutato l’esame probatorio in 36 casi. Un totale di 1.076 soggetti (96,8%) ha acconsentito all’esame medico e probatorio ed è stato arruolato nello studio. Vi erano 1.035 soggetti femminili (96,2%) e 41 maschili (3,8%). L’età variava da 1 a 85 anni, con una media di 25 anni e una mediana di 23 anni. Oltre un quarto delle vittime (26,1%, n=280) aveva un’età inferiore ai 18 anni.
[7] Lo studio è stato condotto presso un centro trauma urbano di livello 1 a Denver, negli Stati Uniti, nel periodo compreso tra il 1° gennaio 1992 e il 31 dicembre 1995. Sono stati inclusi tutti i pazienti che si sono presentati al pronto soccorso per denunciare una violenza sessuale e che accettavano di sottoporsi a un esame medico.
[8] Studio condotto a Belfast dal 2002 al 2006 in cui sono stati identificati centosettanta casi consecutivi di presunta aggressione sessuale, visitati da un unico FMO, di età pari o superiore a 13 anni. Centosessantadue hanno acconsentito all’esame del corpo e centocinquantatré all’esame genitale. L’età media delle denuncianti di aggressione sessuale era di 24,2 anni (range 13–74, D.S. 11,6). Il 44% aveva meno di 20 anni, il 75% aveva meno di 28 anni e solo sette avevano più di 50 anni. L’85% (137/161) è stato visitato entro 72 ore dall’aggressione.
[9] Studio retrospettivo sui fascicoli del Tribunale Distrettuale di Belgrado. Un totale di 113 casi giudiziari è stato analizzato per il periodo di cinque anni, 1995–1999. Tutte le vittime (113) erano di sesso femminile, con un’età media di 24,08 anni (intervallo 5–80 anni). L’esame medico nella maggior parte dei casi (84%) è avvenuto entro 72 ore dall’aggressione, mentre in circa metà dei casi (52%) l’esame è stato completato il giorno stesso dell’aggressione. A causa di un rinvio tardivo, l’esame del corpo non è stato effettuato in 12 vittime (10,6%).
[10] È stato condotto uno studio retrospettivo descrittivo su 702 vittime di sospetta violenza sessuale (VS). Esse sono state trattate all’interno dell’area di competenza dell’Istituto di Medicina Legale e Scienze Forensi di Alicante (IMLCFA) dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2020, entrambi inclusi. Le informazioni sono state ottenute dalla documentazione contenuta nelle cartelle cliniche delle vittime.
BIBLIOGRAFIA della relazione della Dottoressa Caselli.
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[2] – Hilden M, Schei B, Sidenius K. Genitoanal injury in adult female victims of sexual assault. Forensic Sci Int. 2005 Nov 25;154(2-3):200-5. doi: 10.1016/j.forsciint.2004.10.010. PMID: 16182966.
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