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il reato di “stalking” quale fenomeno sociale. Le statistiche, le tipologie di autore teorizzate e l’organizzazione della migliore difesa della vittima e dell’accusato.

La violenza contro le donne, con particolare riferimento allo stlaking, è diventata uno dei temi più spesso posti al centro del dibattito pubblico.

Questo fenomeno si trova al crocevia tra tematiche sia tipicamente psicologiche che legali; infatti dal 2009, in Italia tale condotta è punita dall’art. 612 bis c.p. derubricato “atti persecutori”.

Genericamente è possibile indicare lo stalking come un insieme di comportamenti intrusivi e persistenti diretti contro una persona, che possono durare anche per mesi o anni. “To stalk”, tipico del lessico venatorio, significa letteralmente “avvicinarsi furtivamente, fare la posta”, ed enfatizza proprio la dimensione ossessiva e intimidatoria del fenomeno. In Italia l’estensione e le caratteristiche dello stalking sono state analizzate dall’Istat nel 2006 in un’indagine sulla violenza contro le donne sia intra che extra familiare. Le vittime di atti persecutori nel periodo oggetto di analisi ammontano a 2 milioni e 77 mila al momento della separazione dal partner o subito dopo, circa il 18,8% del campione considerato.

Sono stati indicati dalle intervistate i comportamenti più ricorrenti che connotano la condotta dello stalker: nella maggior parte dei casi l’offender ha cercato ripetutamente di parlare con la donna contro la sua volontà (68,5%), ha chiesto appuntamenti per incontrarla, l’ha aspettata fuori da casa o fuori dal luogo di lavoro; il 55,4% delle intervistate ha ricevuto messaggi, telefonate, mail, lettere o regali indesiderati e il 40,8% delle donne intervistate sono state seguite o spiate. Da questa ricerca emerge anche come il fenomeno dello stalking sia strettamente connesso alla violenza fisica o sessuale da parte dell’ex partner: infatti la percentuale delle donne sia vittime di violenza sia di stalking ammonta al 48,8% del campione. La ricerca condotta dall’Osservatorio Nazionale Stalking ha permesso inoltre di mettere in luce come le vittime siano prevalentemente di sesso femminile (80% dei casi) e come nel 90% dei casi esista un rapporto di conoscenza tra vittima e offender: nel 55% dei casi la condotta persecutoria ha luogo all’interno della relazione di coppia e tra vicini di casa nel 25% dei casi; seguono poi il luogo di lavoro (15%) e la famiglia (tra figli, fratelli e genitori) nel 5% dei casi.

Lo stalking è un fenomeno trasversale ed interessa ogni fascia sociale poichè vittime e stalker non presentano caratteristiche socio-demografiche ricorrenti (a parte il genere); è invece frequente riscontrare la presenza di una relazione piuttosto stretta tra i due soggetti che da intimo-affettiva degenera in ossessivo-persecutoria.

La letteratura sul tema ha permesso di individuare alcune tipologie di vittime e di stalkers proprio sulla base del vincolo esistente tra i due soggetti. La tipologia di vittima più ricorrente è l’ex amante: la vittima e l’offender hanno condiviso una relazione intima e lo stalking ha luogo quando la vittima ha chiarificato in modo inequivocabile che la relazione è terminata. Molto spesso le vittime riferiscono però di aver subito abusi fisici, psicologici e sessuali durante la relazione, in concomitanza con alcuni episodi persecutori, come una sorveglianza costante che tende ad isolare la vittima dal contesto esterno. I comportamenti più ricorrenti che la vittima subisce sono il tentativo di contatti attraverso telefonate, sms, mail, l’essere seguita, fino ad arrivare a violenze e minacce.

La categoria degli ex partner rappresenta sicuramente quella più esposta ad atti persecutori ovvero ad episodi di violenza e periodi di vittimizzazione molto lunghi, spesso dovuti alla presenza di figli su cui l’ex partner mantiene dei diritti. Questa è la categoria di vittime che più spesso si rivolge alle forze dell’ordine, sviluppando però spesso un forte senso di colpa verso la violenza subita.

Un’altra categoria di vittime è rappresentata da amici, vicini di casa o tra genitori e figli (comunque relazioni in cui non c’è un vincolo strettamente sentimentale).

Lo stalking tra vicini di casa spesso ha origine per dispute condominiali o per abitudini di vita della vittima. Spesso l’offender diventa vendicativo e rancoroso; questi sentimenti danno origine a minacce, danneggiamenti, false denunce alle forze dell’ordine e sorveglianza costante della casa della vittima.

 Anche le relazioni di amicizia possono degenerare in stalking nel momento in cui l’offender ricerca un contatto intimo maggiore con la vittima, che glielo nega; spesso in questo caso il comportamento persecutorio è considerato dall’autore quasi alla stregua di un corteggiamento.

Sono state individuate anche alcune categorie professionali particolarmente esposte allo stalking, per esempio medici (soprattutto psichiatri), avvocati ed insegnanti proprio per il tipo di relazione professionali che devono necessariamente instaurare con i potenziali offender. Le motivazioni che possono portare al comportamento di stalking variano dal desiderio di maggiore intimità fino alla rabbia per un trattamento avvertito come scorretto. Lo stalking può provenire genericamente anche da un collega di lavoro. Spesso il comportamento persecutorio è motivato dal risentimento per esempio per un licenziamento percepito come ingiusto e in questo caso la vittima può anche essere l’intera impresa o organizzazione. Anche lo stalking tra ex amanti può comunque coinvolgere il luogo di lavoro:l’offender spesso segue la vittima nei suoi spostamenti abituali coinvolgendo anche la sfera occupazionale oppure è proprio un collega di lavoro della vittima.

 Esistono anche casi di stalking in cui la vittima non dimostra di essere consapevole di avere avuto contatti con l’offender: spesso infatti la persona riceve regali e lettere senza conoscere il mittente.

Una tipologia particolare di vittime sono invece le celebrità come attori, politici, soubrette o comunque persone che hanno una certa visibilità mediatica. Molti stalker che si approcciano a queste persone soffrono di malattie mentali. Gli episodi di violenza sono piuttosto rari, mentre il fatto tende ad essere enfatizzato a livello mediatico per il profilo particolare delle vittime. Il fattore di rischio è proprio l’esposizione pubblica, che comporta la conoscenza di particolari intimi della vita di queste persone, permettendo un’idealizzazione pericolosa per persone disturbate, che ricercano in qualche modo attenzione sia dalla celebrità colpita sia dal grande pubblico.

Oltre alle tipologie di vittime sopra individuate, la letteratura ha permesso anche di classificare gli offender in base a due parametri fondamentali: la finalità e il contesto del comportamento persecutorio.

Le tipologie individuate dalla letteratura sono cinque:

quella del rifiutato; del risentito; del predatore; il bisognoso d’affetto e il corteggiatore incompetente.

Lo stalker rifiutato è colui che inizia la condotta persecutoria alla fine di una rapporto di coppia (o alla fine di una relazione stretta come quella di amicizia) o nel momento in cui la vittima comunica che ha intenzione di mettere fine alla relazione. Le finalità di questo atteggiamento oscillano tra il desiderio di riallacciare la relazione su cui lo stalker aveva investito emotivamente e quello di vendicarsi del torto subito dalla vittima in seguito alla decisione di terminare il rapporto. Una delle due componenti può prevalere sull’altra in base agli atteggiamenti della vittima o alle circostanze di vita dell’offender. All’inizio della condotta persecutoria, lo stalker cerca di ristabilire la relazione manifestando amore e comportandosi come se la separazione non fosse avvenuta; il rifiuto della vittima genera poi i primi comportamenti violenti, come le minacce verbali, fino ad arrivare all’aggressione. In alcuni casi la posizione della vittima può alimentare ulteriormente la rabbia dell’offender, rendendolo più pericoloso. Questi individui hanno alcune caratteristiche psicologiche ricorrenti, come la scarsa socialità e la tendenza a sviluppare dipendenza verso le poche persone con cui intessono relazioni a causa della paura costante di essere rifiutati. Per questa ragione, spesso il legame affettivo è caratterizzato fin dal suo inizio da gelosia e possessione. Questo tipo di stalker è fra i più persistenti, adottando un vasto range di comportamenti intrusivi che vanno dalla continua ricerca di un contatto con la vittima attraverso telefonate, messaggi, lettere, fino al pedinamento e a comportamenti violenti, in un escalation.

La categoria dello stalker risentito è colui che percepisce di avere subito un torto e vuole quindi vendicarsi di questo causando paura e dolore alla vittima. Il torto può essere sia reale sia frutto della paranoia dell’offender, ma comunque il sentimento che genera è di forte rabbia che trova il suo sfogo nella condotta persecutoria. La vittima può essere sia la persona da cui lo stalker ritiene di essere stato ferito sia qualcuno che rappresenta o che ricorda la persona che l’ha ferito. La delusione può essere di natura emotiva oppure può scaturire da una “umiliazione” professionale, che finisce per coinvolgere anche la vita privata della vittima. La persona si sente quindi in qualche modo giustificata nel suo comportamento: si considera un oppresso che sta combattendo con grande rabbia contro un’ingiustizia. È probabile che questa tipologia di stalker arrivi a minacciare la vittima con dei comportamenti appositamente calcolati per instillare il massimo timore possibile; il senso di controllo che ne deriva appaga momentaneamente la rabbia e il risentimento dello stalker.

La categoria degli stalker predatori è quella meno frequente ma quella più pericolosa per le vittime. È rappresentata per lo più da uomini mentre le vittime possono essere sia donne che bambini che altri uomini. Lo stalking prelude all’aggressione perché la finalità è fondamentalmente quella di avere un rapporto sessuale, abbinato al desiderio di avere controllo e potere sulla vittima. Lo stalker prova un piacere sadico nello studiarla attentamente, imparando a conoscerla intimamente, senza che la vittima riesca a visualizzare con esattezza il pericolo. Molto spesso i comportamenti agiti sono finalizzati alla sorveglianza e al pedinamento, più raramente c’è la ricerca di contatti diretti che comunque hanno un contenuto spesso sessuale e osceno al fine di spaventare il destinatario. Spesso questo tipo di offender presenta dei comportamenti sessuali parafiliaci (pedofilia, esibizionismo e feticismo), e difficoltà ad avere relazioni sociali costruttive perché non è in grado di decodificare correttamente il comportamento altrui.

Lo stalker bisognoso di affetto, invece, cerca di instaurare una relazione amorosa con la vittima, che può essere sia una persona parte della sua rete relazionale, sia una persona vista una sola volta per cui lo stalker dice di avere avuto un colpo di fulmine, oppure una celebrità. La vittimizzazione può essere molto lunga, ma con comportamenti molto poco intrusivi, tipici del corteggiamento (regali, lettere, telefonate). Anche in questo caso la persona presenta poche doti sociali, spesso è isolata e vive dolorosamente questa condizione. Si tratta di una tipologia di soggetti che raramente minaccia e commette violenza.

L’ultima categoria di offender è quella del c.d. corteggiatore incompetente, la cui finalità è quella di stabilire una relazione sentimentale con la vittima. Si tratta, anche in questo caso, di una persona con scarse abilità sociali che non è in grado di accettare il rifiuto alle sue avances maldestre; è quindi probabile che vittimizzi più persone anche contemporaneamente, spinto dal desiderio spasmodico di avere una compagna (o compagno). Spesso il comportamento persecutorio non è però prolungato nel tempo.

Ad ognuna di queste categorie individuate in letteratura corrisponde un diverso grado di pericolosità, offrendo un utile frame di riferimento ai professionisti nella gestione del singolo caso concreto.
Il riferimento normativo che punisce lo stalking in Italia è l’art. 612 bis, introdotto nel codice penale dal D.L. 23.2.2009, n. 11, recante «Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori». È prevista una pena edittale da sei mesi a quattro anni. Perché effettivamente si configuri il reato di atti persecutori, sono necessarie tre condizioni fondamentali:
1. La reiterazione degli atti a carico della vittima;
2. Il fatto che questi atti generino paura e ansia costante nella vittima;
3. Un cambiamento di abitudini di vita della vittima.

Il reato è stato ideato dal Legislatore non slolo per punire condotte illecite già verificatesi ma anche per evitare (con la prevenzione) che i comportamenti persecutori degenerino in episodi di violenza: la vittima può presentare richiesta di diffida all’Autorità di Pubblica Sicurezza che, su autorizzazione del pubblico ministero e in presenza di condizioni che fanno ritenere fondato ed esistente il pericolo di reiterazione delle condotte persecutorie, ammonisce l’offender di cessare la condotta crminale.

Inoltre, le pene edittali previste dall’art. 612 bis c.p. prevedono l’applicabilità di misure cautelari per l’indagato (come ad es. gli arresti domiciliari, la custodia cautelare in carcere e l’allontanamento dalla casa familiare con obbligo di versare una somma per il mantenimento della vittima).

Se l’avviso di cui sopra da parte dell’Atutorità di Pubblica Sicurezza non viene rispettato e se la vittima denuncia nuovamente lo stalker, il reato è perseguibile d’ufficio e la pena detentiva è aumentata fino a sei anni (la pena base è da sei mesi a quattro anni) così come è prevista una ipotesi aggravata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da una relazione affettiva alla persona offesa.

la pena è aumentata fino alla metà se la vittima è un minore, una donna in stato di gravidanza o un portatore di handicap.

il reato – nella sua forma non aggravata – è perseguibile a querela di parte con un termine di sei mesi per la valida proposizione (e non già di 90 giorni come nella “normale” querela).

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In tutti i casi in cui un soggetto si rivolge ad un professionista per la tutela in sede penale – e quantomai nel caso di una persona indagata o presunta vittima di stalking o violenza sessuale – è assolutamente fondamentale la corretta impostazione del primo colloquio con l’interessato per raccogliere le informazioni più adeguate a delineare anche nei particolari i fatti così come si sono realizzati (e come sono stati percepiti dal soggetto).

Il ricorso in questi casi al colloquio investigativo è di fondamentale importanza: si tratta di un’intervista strutturata eseguita con alcuni particolari accorgimenti (l’accoglienza della persona interessata, la descrizione dei luoghi, del tempo etc.) che consentono al soggetto di ricordare particolari che credeva dimenticati e/o ininfluenti.

Il colloquio è composto da diverse fasi che consentono la migliore esposizione dell’accaduto ovvero:
1. l’accoglienza della persona in Studio e l’instaurazione di un rapporto di serena cortesia;

2. la migliore comnprensione – per quanto possibile – delle caratteristiche caratteriali salienti della persona con la quale il professionista interloquissce e il suo ruolo nella dinamica del reato (vittima, offender, mitomane, persona psicologicamente disturbata etc.);

3. la possibile individuazione – nel caso del reato di stalking – della categoria più prossima tra quelle sopra indicate teorizzate dalla letteratura;

3. la descrizione libera della dinamica del fenomeno e dei singoli accadimenti;

4. la rievocazione – con le opportune domande del professionista – di particolari dell’accaduto (tempo, luogo, persone presenti etc.);

4. la descrizione del fenomeno in un ordine diverso da quella precedentemente già resa (ad esempio partendo dalla fine);

5. la proposizione di domande da parte del difensore atte a indagare i particolari della descrizione già resa (in entrambe le modalità di cui sopra);

6. il corretto, cortese e rassicurante commiato della persona intervistata.

I contenuti da enfatizzare variano in base alla posizioni di vittima o di offender: nel primo caso sarà necessario definire come il problema è cambiato nel tempo, le metodologie messe in atto per gestire i comportamenti percepiti come persecutori e le emozioni generate nella persona. Se la persona invece è accusato del reato il focus dell’indagine sarà sulla presenza e l’entità dei rifiuti ricevuti e le reazioni ad essi, le modalità e i luoghi e la frequenza con cui i contatti sono avvenuti. Si tratta quindi di comprendere se la percezione della vittima in relazione ai comportamenti agiti è reale o sproporzionata ovvero se esiste una condotta dolosa effettivamente messa in atto per spaventare e controllare la vittima o se si tratta, al contrario, di una distorta percezione da parte della stessa di atti e comportamenti che persecutori non sono.

BIBLIOGRAFIA:
Barsotti, A., e G. Desideri, (2011), Stalking. Quanto il rifiuto di essere rifiutati conduce alla violenza, Milano, Ponte delle Grazie.

Caldaroni, A., (2009), Stalking e atti persecutori, Roma, Edizioni Universitarie Romane.

De Fazio, L., e C. Sgarbi, (2012), Stalking e rischio di violenza. Uno strumento per la valutazione e gestione del rischio, Milano, Franco Angeli.

ISTAT, (2007), La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia.

Mullen, P.E., M. Pathé, e R. Purcell, (2008), Stalkers and their victims, Cambridge, Cambridge University Press.

Osservatorio Nazionale Stalking, http://www.stalking.it/

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