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L’intervista dell’Avvocato Giuseppe de Lalla a “ELLE”. La difesa dell’accusato di violenza sessuale.

Riportiamo in queste pagine l’interessante articolo comparso sul mensile “ELLE” del mese di marzo a firma di Fiamma Sanò.

Si tratta di una interessante intervista pubblicata sul noto periodico femminile nell’ambito di una inchiesta in tema di abusi psicologici e fisici perpetrati sulle donne. Come riconoscerli e difendersi.

Pregevole la volontà del periodico (e della giornalista) di interpellare anche chi – come l’Avvocato de Lalla – per professione difende i diritti di coloro che di tali reati sono accusati.

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Dalla parte (e nella testa) del mostro. Di Fiamma Sanò.

Giuseppe De Lalla è un avvocato penalista di Milano. È un “cattivo”, perché di mestiere difende i “cattivi”. Stupratori, pedofili, stalker: la sua specializzazione professionale sono i reati sessuali. La prima cosa che gli chiedo, quando lo incontro, è come si fa a rimanere “al di qua” del giudizio. A difendere, in tribunale, un ventenne che ha brutalizzato la sua ex fidanzata. O un uomo di mezza età che ha costretto un bambino di 8 anni ad una fellatio. Glie lo chiedo anche perché so che l’avvocato De Lalla è padre di due figli, un maschio e una femmina, quasi adolescenti. E lui mi spiega:
«Il cittadino è diverso dall’avvocato. L’avvocato è come un chirurgo. Chiunque passi sul suo tavolo operatorio, ha il dovere di operarlo. Io credo in quello che faccio. Se dicessi di no ad un cliente, rinnegherei quello che ho studiato per tutta la vita».

Umanamente però come affronta uno dei reati più violenti e brutali che esistano?
«Attenzione: l’avvocato non difende il reato, ma tutela il diritto. I diritti del presunto colpevole sono i medesimi di cui godiamo io e lei. Cioè la libertà, la possibilità di avere un giudice imparziale, la corretta applicazione dei diritti normativi. E questo vale anche per chi si è macchiato del peggiore dei reati. Anzi, chi è più pericolosamente esposto in un processo penale, è proprio l’accusato. Più grave è il reato, maggiore è l’esposizione alla lesione dei diritti. L’avvocato penalista, cioè la difesa, non è che un ingranaggio del sistema per applicare il diritto e fare giustizia. In quella che è una rappresentazione, con ruoli, rituali e costumi: il processo penale. Sa cosa succede se tutti non rispettano le regole? Sia che gli innocenti vengano giudicati colpevoli, che l’opposto: abbiamo in libertà mafiosi e killer solo perché magari sono stati violati i termini di durata della custodia cautelare».

Oltre a difendere gli stupratori si occupa di formazione. Di altri avvocati penalisti, e anche di psicologi e forze dell’ordine. In cosa consiste il suo intervento?
«Per prima cosa cerco di veicolare il rispetto delle regole processuali. Poi approfondisco l’aspetto delle indagini investigative, uno sforzo sinergico con esperti di altre discipline come la psicologia forense».

Mi fa un esempio?
«Il modo in cui si interrogano i testimoni. La comunicazione giuridica è diversa da quella classica. Le faccio un esempio: il seminarista che chiede al vescovo: “Mentre prego poso fumare?”, la risposta presumibilmente sarà no. Se chiede: “Mentre fumo, posso pregare?”, avrà una risposta diversa. Questa storiella ci spiega come le risposte siano influenzate dalle domande. La comunicazione nel processo è davvero un’altra cosa rispetto a quella a cui siamo abituati: un soggetto (l’avvocato) fa una domanda di cui conosce già la risposta (o pensa di conoscere) ad un soggetto (il testimone) affinché un altro individuo (il Giudice) ascolti la risposta».

È così che il difensore dell’accusato interroga la vittima del reato sessuale?
«Sì. Ed è importante ricordare che nel 99% dei reati sessuali non ci sono testimoni terzi, perché chi lo fa agisce nascostamente. Gli unici testimoni sono la vittima e l’offender. Inoltre, lo stupro è un atto violento che dovrebbe lasciare segni documentabili, ma spesso non è così. Perché con minacce, droghe altri sistemi coercitivi, i segni oggettivi possono non esserci (è anzi dimostrato che, nelle condizioni oggettive di non potere scappare, conviene sempre non reagire alla violenza, per non rischiare una violenza ancora maggiore, se non addirittura la morte). In 8 casi su 9, quindi, quello che viene messo in dubbio non è che sia avvenuto il rapporto sessuale, ma che la vittima fosse consenziente oppure no. Ecco, questo è difficile da provare, perché è un elemento soggettivo, soprattutto se la vittima e l’offender erano legati sentimentalmente».

Quindi in un certo senso, spiegando alla polizia come agisce lei in tribunale, aiuta le vittime?
«Non mi sento di porre la questione in questi termini esatti. Però è certo che dalla polizia dipende l’espletamento delle indagini preliminari, sono i loro documenti quelli che io uso in sede processuale. Se in un caso di stalking leggo che “la vittima riferisce di non potere più sopportare le insistenti telefonate del persecutore”, e poi controllo i tabulati, e scopro che anche la vittima ha fatto una o più telefonate al suo stalker, o che a telefonata di lui lei non attaccava subito, ma rimaneva tre minuti al telefono, ecco che c’è una falla, e la vittima perde credibilità. È bene che la polizia faccia le domande giuste, soprattutto se trova delle criticità nel racconto».

Si vince facendo perdere di credibilità alla vittima?
«Tutti gli avvocati degni di questo nome sanno che no, non si vince attaccando ciecamente la vittima, ma solo leggendo gli atti. “Quod non es in actis non est in mundo”: quello che non c’è negli atti non esiste. È così che si applica la legge. E soprattutto è così che si dovrebbe celebrare il processo penale ed emettere la relativa sentenza».

Chi vince di solito?
«La vittima, vera o presunta che sia. La sua parola vale di più di quella dell’offender. Di solito si parte dal presupposto che sia successo, e da lì si ricostruisce il come».

Quindi conviene sempre denunciare?
«Sì, e bisogna farlo in maniera consapevole, perché è un reato grave. Meglio rivolgersi alla polizia, che alle associazioni. Le associazioni sono importanti per sostenere chi si sente solo, ma il coinvolgimento emotivo spesso porta ad azioni legali un po’ scomposte».

Parla sempre al maschile: solo i maschi stuprano?
«Fateci caso, quando un uomo perde il lavoro, si riempiono i bar. Quando lo stesso capita ad una donna, reagisce in un modo diverso. Le donne hanno una diversa capacità di gestire la frustrazione. Il maschio manifesta all’esterno, la femmina gestisce “all’interno”: anche nei casi di abuso di alcol e droga, i comportamenti raramente sfociano nella violenza sessuale».

Chi sono le vittime?
«Nella mia personale casistica, al 60% si tratta di donne, e al 40% di bambini, fino a 16 anni».

E gli stupratori? Esiste un profilo?
«Ci sono i 18enni sotto l’effetto dell’alcool. C’è chi vuole esercitare un potere che va oltre il sesso: in questo caso le vittime spesso sono bambini. E poi ci sono gli stupratori seriali. Ma non c’è niente di più insensato che cercare di incasellare il comportamento umano. I dati che abbiamo in possesso ci permettono di dire con certezza solo che è un reato trasversale, con un bacino ampio, e che è quello con la percentuale maggiore di incensurati tra chi lo commette. Lo commettono ricchi e poveri, giovani e meno giovani, molte volte è perpetrato in famiglia. E poi è un reato semplicissimo: lei può uscire da qui e dire che io ho cercato di violentarla. O anche solo di baciarla: il tentativo di bacio, se non consenziente, rientra nell’articolo 56/609 bis, tentativo di violenza sessuale».

Se lo facessi?
«Inizierebbe l’iter che le ho spiegato. Si partirebbe dal presupposto che non c’è motivo di denunciare un evento tanto atroce come lo stupro, se non è vero. E poi incontrerebbe i professionisti attenti ed esperti del tribunale. Comunque, potrebbe anche vincere».

Le sono mai capitati clienti innocenti?
«Sì. Ed è capitato anche che fosse giudicato colpevole un imputato della cui innocenza ero certo»,

Come lo capisce?
«La sicurezza la dà solo la lettura delle carte. Niente occhi negli occhi, linguaggio del corpo: quella è pura invenzione. Ed è raro che un innocente si sottragga al processo con un patteggiamento: chi lo è, e crede nella legge e nella giustizia, vuole dimostrarlo in tribunale».

(per gentile concessione di Fiamma Sanò).

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